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Il lago Maggiore riscopre la produzione di vino

Dal vespolino alla bonarda: progetto della Coldiretti per rilanciare i vigneti dimenticati da anni. L'area, circa 80 ettari, nei comuni di Ispra, Angera, Taino, Travedona e Cadrezzate

Il lago Maggiore riscopre la produzione di vino dal vespolino alla bonarda: progetto della Coldiretti per rilanciare i vigneti dimenticati da anni. 

Ora la Coldiretti rilancia l'ambizioso progetto di resuscitarla e di aggiungere Varese all'elenco delle zone italiane che producono vino. L'occasione l'ha posta su un piatto d' argento un obbligo di legge: la Regione ha avviato il censimento di tutti i vigneti lombardi; chi li denuncerà entro i prossimi venti giorni potrà continuare a produrre e vendere vino, per tutti gli altri il mosto e le botti diventeranno un semplice hobby o peggio un nostalgico ricordo. Così la provincia, che è stata una distesa di fabbriche, riscopre un tesoro del passato. 

L'idea è stata lanciata da Ignazio Bonacina, direttore della Coldiretti di Varese: in tutta la parte meridionale del Verbano ci sono decine di ettari di vigneto in stato di abbandono ma che hanno prodotto per secoli uve di qualità: barbera, bonarda, dolcetto, malvasia e anche il vespolino, una qualità locale. Ora, se i proprietari comunicheranno alla Regione l'esistenza di questi filari si apre la possibilità di rilanciare la coltivazione in un'area che ha le caratteristiche ideali per ridiventare una fiorente zona di produzione vinicola. In effetti c'è il clima temperato del lago, ci sono i terreni già predisposti e c'è una tradizione enologica che deve solo essere rinfrescata; del resto nella parte svizzera del Verbano la produzione vinicola in appena una decina d'anni è divenuta una delle voci principali dell'economia. E noi partiamo da posizioni di vantaggio rispetto ai ticinesi - sottolinea Bonacina - perchè‚ hanno dovuto piantare i filari ex novo mentre qui si tratta solo di togliere i rovi che coprono piante ancora in vita. Angera, Ispra, Taino, Travedona, Cadrezzate sono i comuni che appaiono più favoriti: qui la produzione vinicola, ridotta a una ventina di ettari, è poco più che amatoriale; secondo le stime della Coldiretti l'operazione di salvataggio potrebbe riguardare un'ottantina di ettari complessivi. Non servono grandi strutture - spiega Bonacina - è importante invece costituire una cantina sociale alla quale conferire tutte le uve prodotte. Serve indubbiamente un aiuto da parte degli enti locali: Comuni e Provincia, innanzitutto, perchè‚ proteggano i territori interessati, Regione e Camera di Commercio perchè diano sostegno nella formazione del personale. Quello che manca, infatti, sono i tecnici. Ultimo passaggio: puntiamo a ottenere il marchio doc per i vini del lago Maggiore.


Il vespolino, ad esempio, è una produzione tipica: potrebbe diventare l'emblema della rinascita della viticoltura a Varese. 

Nel '600 i tre quarti dell'economia locale erano legati all'attività enologica. E' una delle notizie interessanti contenute nel libro "Quando a Varese c' era il vino", che racconta appunto la parabola di una attività quasi scomparsa. Sergio Redaelli, autore del volume, obbedisce alla mozione degli affetti e dà il suo assenso all'iniziativa della Coldiretti. Ma non solo il lago Maggiore - ricorda - è zona vocata per i vigneti. Fino ai primi del '900 tutta la Valceresio, i dintorni di Varese e la parte alta del lago Maggiore producevano uva. Tra gli illustri estimatori della produzione locale c'è stato San Carlo Borromeo che, chiamato a Roma alla corte di papa Pio IV, si faceva spedire via mare botti di vino di Induno; Alessandro Manzoni, enologo per diletto, apprezzava il vino di Morosolo e Carlo Porta compose versi su quello di Tradate. Un documento ritrovato da Redaelli alla facoltà di agraria di Milano afferma che nel 1881 nel Varesotto si coltivavano ben 150 vitigni differenti. Ma come è scomparsa questa tradizione? Colpa del boom industriale? No - precisa Redaelli -, il primo colpo lo diede il turismo: quando Varese divenne zona residenziale e di vacanza molte vigne vennero trasformate in giardini all'italiana a corredo delle ville, poi a fine '800 sulle viti si abbatterono molte malattie che falcidiarono la produzione; Varese reagì tardi a questo flagello, e quando lo fece la ferrovia aveva messo i vini di Varese in concorrenza con quelli di altre zone d'Italia che avevano costi più bassi. Il resto, a quel punto, lo fece lo sviluppo industriale della zona. 


A quali condizioni può rinascere la produzione vinicola in riva al lago Maggiore? A patto che i terreni siano in grado di produrre uve di grande qualità e vini importanti. Un monito difficile da ignorare, visto che arriva dalla più autorevole voce del settore, Luigi Veronelli. L'iniziativa della Coldiretti - spiega l'esperto - è sicuramente positiva perchè riporta l'attenzione su un problema di grande interesse come il futuro della collina lombarda che, in base a documenti, un tempo dava vini di buona qualità. 


La produzione di vino, ma anche di olio, sono esperienze che vale sicuramente la pena ripercorrere non solo per il valore economico ma anche per quello ambientale e culturale. Ma attenzione, perchè oggi i tempi sono mutati. Ed ecco l'altolà di Veronelli: in varie zone del mondo si stanno piantando nuove vigne ma i vini "facili" non sono più vendibili. Le prime cose da fare, dunque, sono un'analisi dei terreni e un consulto con gli enologi per capire se le viti sono ancora in grado di far maturare uve per vini importanti. Se esiste questa vocazione bene, altrimenti meglio lasciar perdere. 

In Svizzera, proprio a due passi da Varese, l'esperienza ha funzionato. Il loro Merlot di anno in anno è cresciuto in termini di qualità; in quella zona c'è stata una grande applicazione alla vigna, un grande lavoro. E' sicuramente un'esperienza alla quale guardare. 

(tratto da Corriere.it)




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